Il nostro pianeta, sin dalla sua nascita, più di 4 miliardi di anni fa, è soggetto a fluttuazioni climatiche, con periodi geologici caldi e freddi che si alternano. 20.000 anni fa, durante l’ultima era glaciale, chiamata Würm, i massicci corsi erano ricoperti da vasti ghiacciai che si addentravano nelle valli. Uno scenario di paesaggi polari estremi, agli antipodi del clima che conosciamo oggi.
Dopo quel lungo periodo freddo e secco, il clima si è gradualmente ammorbidito, portando con sé la scomparsa dei ghiacciai. Ritirandosi, hanno lasciato il posto a valli glaciali, ma anche alla miriade di laghi che costellano le nostre montagne. Questi gioielli naturali sono oggi una fonte di fascino per gli escursionisti alla ricerca di un ricongiungimento con la natura.
Come se fosse una specie di pellegrinaggio, da una decina d’anni mi ritrovo istintivamente nel centro dell’isola per ricaricare le batterie nella regione dei laghi. Nell’estate del 2021, come da tradizione, ho trascorso ancora una volta qualche giorno felice al rifugio di Manganu (sul GR20), il mio punto di riferimento in questa ricerca di tranquillità alla scoperta delle «lacrime della montagna».
Giorno 1: Lago di Creno e Laghi di Rinella
Il primo giorno di un soggiorno in montagna non è mai quello dedicato all’attività principale, cioè l’escursione. Deve sempre essere preceduto da una fase di preparazione dell’attrezzatura e del percorso. Perché, anche se non è certo la mia prima volta, un’escursione in alta montagna va organizzata per non lasciare spazio all’incertezza. O almeno, non troppo.
Dopo aver messo le tracce delle varie tappe nell’orologio e lo zaino in macchina, vado a prendere il mio compagno di cordata, Jean. Ci dirigiamo verso il comune di Soccia e il parcheggio che si affaccia sul paese, a 1000 metri di altitudine. È proprio da questo parcheggio che inizia il nostro percorso.


Partiamo, con gli zaini in spalla, su un ampio sentiero segnalato che ci porterà al lago di Creno (“Lavu a Crena”). Questa prima tappa offre uno spettacolo di una bellezza mozzafiato, anche se ormai ho perso il conto di quanti spuntinu mi sono mangiato sui prati verdeggianti che costeggiano la riva. La cartolina di un lago canadese mi affascina ogni volta. Bisogna dire che, con i pini vertiginosi che lo circondano, Creno non ha nulla da invidiare ai paesaggi del Nord America.
Riprendiamo il cammino per questa seconda parte della mattinata, che ci porta in una vallata molto più brulla e arida. Il caldo è opprimente, anche se ci stiamo avvicinando ai 1500 metri di altitudine. Un’ora e mezza dopo arriviamo a Manganu, il nostro campo base che ci permetterà di fare questa escursione a raggiera.
Ritrovo i volti familiari dei guardiani, Jean-André e Antoine, con cui ho stretto un legame nel corso del tempo. Seduti a un tavolo davanti a una birra, chiacchieriamo dell’anno appena trascorso, mentre dalla terrazza del rifugio si gode di una vista aperta sull’altopiano del Camputile.
La giornata non è ancora finita e ripartiamo in direzione di Bocca alle Porte seguendo il GR20. Alcuni momenti della nostra vita sembrano sospesi nel tempo. Che dire di quel tramonto indimenticabile dalla Crête de Rinella sui laghi che portano lo stesso nome? Favoloso.

Giorno 2: Lago di Nino, Pozzine e cavalli in libertà
Ci svegliamo verso le 7 dopo questa prima notte passata ad abituarci al nostro nuovo comfort spartano. Come ogni anno, ho noleggiato una tenda sul sito del Parco Naturale Regionale della Corsica. Così ho un po’ meno peso da trasportare.
Per questo secondo giorno abbiamo in programma una passeggiata al lago di Nino. L’escursione di andata e ritorno dura solo 3 ore, il che ci permetterà di goderci i paesaggi e di fotografarli. Un’ode alla lentezza, dove è d’obbligo prendersela comoda.

Dopo aver superato il passo di Acqua Ciarnente, entriamo sull’altopiano del Camputile, dove le mucche pascolano tranquillamente. Il panorama è quello di un tipico alpeggio che è stato trasformato dall’attività pastorale. Infatti, qui si vedono pochissimi alberi, mentre la densità di ovili, sia abbandonati che ancora in uso, è notevole. All’ombra della Punta Artica, che si erge orgogliosa come una piramide, ci dirigiamo verso gli ovili di Vaccaghja.
Il sentiero si snoda con una leggera salita fino al lago. Nino è un vero e proprio scrigno di verde, dove ti consiglio di toglierti le scarpe perché i prati sono così delicati. Mentre mangiamo a pranzo, osserviamo i cavalli in libertà che si avvicinano agli escursionisti per chiedere un pezzetto di pane. Una gioia per i bambini che giocano con questi equini selvatici.

Dopo un bel pisolino su questo materasso naturale, ripartiamo per il nostro rifugio. Arrivati sul posto verso le 16, Jean raccoglie le sue cose e se ne va al parcheggio del lago di Creno perché non può restare ancora con me.
Da parte mia, torno sui miei passi verso Vaccaghja, dove vorrei fotografare il tramonto sull’altopiano del Camputile.
Giorno 3: Laghi di Melo e Capitello
Sono le 6 del mattino di questo terzo giorno, è ora di partire. I miei passi seguono il famoso percorso del GR20. Proprio come il primo giorno, mi dirigo verso Bocca alle Porte, quello che un tempo era il punto più alto del GR, a circa 2230 metri di altitudine.
La salita è costante e lo sforzo intenso, con il sentiero che alterna rocce e pozzi. La salita finale verso il passo, pur non presentando ostacoli di rilievo, è faticosa. Qui tutto è minerale. Il granito si presenta in tutte le sue forme: cime slanciate, massi, sassolini o persino polvere.


La difficoltà è pari alla bellezza del panorama che si svela quando finalmente superi il passo. Arroccato sul massiccio del Rotondu e circondato da cime affilate, il mio sguardo si perde nella valle della Restonica, dove in fondo si annidano i laghi di Melu e di Capitellu. Una composizione davvero fotogenica che però non ho voluto immortalare, visto che è già stata condivisa tantissimo sui social.
Durante tutta la discesa verso queste perle di montagna, sono accompagnato da gheppi dal becco giallo che volteggiano sopra la mia testa. Faccio uno spuntino a Melu, dove mi concedo una pausa ben meritata. È l’occasione per ricordarci che dobbiamo rispetto a questa natura così potente e allo stesso tempo così fragile.
Il ritorno a Manganu lo faccio seguendo il percorso inverso, dove mi aspetta una bella notte di sonno. I 10 chilometri, insieme ai 1150 metri di dislivello positivo, mi hanno davvero sfinito.
Giorno 4: Lago di Goria e fine dell’avventura
Ultimo giorno di questa vita lontana dalla civiltà. Mi sveglio presto perché devo assolutamente arrivare al lago di Goria per l’alba. Lo spettacolo non si fa attendere, con la luce dorata dell’alba che avvolge lo spettacolare circo glaciale del lago. Sono da solo e rompo il silenzio tirando fuori dallo zaino una barretta ai cereali.
Di ritorno al rifugio, preparo le mie cose e faccio due chiacchiere con i guardiani per l’ultima volta in questa stagione. Mi viene in mente che l’atmosfera di montagna ha una particolarità che si scopre solo quando la vivi in prima persona. Può sembrare ovvio, ma bisogna provarla e viverla per capire davvero cosa significhi.

L’escursionista, dopo giornate di cammino che a volte mettono a dura prova la volontà e logorano senza tregua i muscoli, trova un po’ di conforto tra i suoi simili. Si condivide una birra, i ricordi, il percorso che si affronterà il giorno dopo. Si stringono amicizie effimere, giusto il tempo di superare un passo o di ammirare un lago.
Da quando ho iniziato questa piccola avventura, non ho mai smesso di incontrare e scambiare quattro chiacchiere con avventurieri provenienti da ogni parte del mondo. A tutti sta molto a cuore raccontare la propria esperienza in un’atmosfera accogliente. Stare all’aria aperta non ti permette solo di ritrovare il contatto con i grandi spazi, ma, attraverso lo sforzo fisico, ti aiuta a riscoprire te stesso e a capire gli altri.