A quanto dicono gli storici, questa cittadella medievale sarebbe una delle meglio conservate della Corsica. E il segreto della sua longevità continua a lasciare perplessi gli storici: come ha fatto un piccolo castello compatto e solitario, incastonato su una roccia arida della Corsica centrale, a sfuggire alle devastazioni che hanno colpito la maggior parte delle fortezze del suo tempo? Perché è ancora lì, il Castello di Serravalle, in mezzo a un paesaggio aspro e bruciato dal sole; ancora in piedi, otto secoli dopo essere stato costruito dai signori Amondaschi.
Ho voluto vederlo per capire, per abbracciare con lo sguardo il suo territorio dall’inespugnabile promontorio di Serravalle. Era una mattina di agosto ormai ben avanzata – troppo, come ho capito più tardi sotto il sole di mezzogiorno. Siamo partiti con la famiglia, insieme a mio cognato, mia figlia e i miei nipoti, e ci sono voluti 25 minuti da Corte per trovare un posto dove parcheggiare, in una curva della D18. Un attimo prima avevamo intravisto il castello in cima alla collina.

Salire fino al Castello di Serravalle, sotto il sole cocente
Il termometro segna già più di 30 °C quando ci incamminiamo sul sentiero sterrato e roccioso. La salita, sotto il sole cocente, mette a dura prova la resistenza, fa arrossire i volti e costringe a fare delle pause nei rari angoli d’ombra offerti da arbusti contorti. Temperatura percepita: 40 °C. Mia figlia sembra quella che fa più fatica. Dopo 20 minuti di cammino estenuante, non c’è altra scelta che fermarci a lungo, sacrificare un po’ d’acqua per inumidire i cappellini e rinfrescarci la nuca.
Gli ultimi metri di dislivello si perdono in un silenzio che la dice lunga sul nostro stato. Finalmente, con un ultimo sforzo, le nostre gambe affrontano il sentiero a zig-zag, sassoso e ripido, mentre le fortificazioni e la torre centrale si fanno vedere tra la macchia sparsa.


Entrare nella torre: una sfida a 5 metri di altezza
A questo punto è impossibile farsi un’idea della struttura del castello, tanto è caotico il panorama. Solo la massiccia torre funge da punto di riferimento per lo sguardo: con i suoi otto metri di altezza, a prima vista sembra schiacciare tutto. Immagina allora che all’epoca in cui era abitata potesse elevarsi per altri due piani! Ci voleva una bella dose di determinazione per affrontarla.
Del resto, aggirando le mura sfondate, la struttura difensiva (e questo è un eufemismo) del posto ci appare ancora più sorprendente. Ci vogliono ben cinque minuti per individuare l’ingresso della torre… Perché un tempo l’ingresso si apriva a cinque metri da terra, direttamente nel vuoto. Impossibile entrarci allora senza una scala, che si poteva ritirare in caso di assalto. È difficile immaginarsi di arrampicarsi lassù sotto una pioggia di frecce o di pietre.
Ma mentre ci lasciamo affascinare da questa strana porta, ancora un po’ storditi dal caldo, mi rendo conto di quanto anche il panorama sia mozzafiato. A ovest, le montagne del Niolu si stagliano all’orizzonte. A nord, la valle del Golo. A est, infine, Popolasca e Piedigriggio, i due villaggi che questo castello ha protetto a lungo, sembrano minuscoli. Tanta asprezza per un paesaggio così spettacolare…


Gli Amondaschi contro il resto del mondo (medievale)
Serravalle, ovviamente, non è mai stato un castello pensato per il comfort. Si dice che sia stato costruito nel XIII secolo da uno dei signori Amondaschi, dissidente della roccaforte di Supietra, che all’epoca era considerata LA fortezza principale della regione. All’epoca, il Castello di Serravalle doveva costituire un avamposto contro i pisani e, più “a livello locale”, contro le truppe del famoso Giudice di Cinarca (il cui vero nome era Sinucello della Rocca), signore autoproclamato dell’isola contro il quale gli Amondaschi si ribellarono.
Il conflitto in questione finì male per gli Amondaschi poiché, già indeboliti dalle loro stesse divisioni familiari, furono cacciati dalle loro cittadelle da Giudice di Cinarca e rinchiusi nelle prigioni di una famiglia nemica, gli Aschesi. Per capire meglio quando iniziò il declino di questa signoria, si protrasse per un secolo, tra il 1264 e il 1370 – più o meno. La cronaca racconta addirittura che gli Amondaschi e gli Aschesi si scontrarono in una vendetta senza fine, che si concluse con la distruzione totale di entrambi i casati.

Ma questa è un’altra storia – tragica, certo – che non deve far passare in secondo piano la sorprendente resilienza del Castello di Serravalle. Perché né Giudice di Cinarca, né i contadini guidati da Sambucucciu d’Alandu, né i genovesi (che detestavano letteralmente le fortificazioni feudali dell’isola) hanno smantellato questa cittadella isolata. In effetti, forse è proprio stato il suo isolamento a permetterle di sfuggire alla distruzione sistematica nel corso dei secoli. O forse perché i genovesi decisero di farne uno dei loro avamposti di sorveglianza, quando vi insediarono una guarnigione nel XV secolo?
Bisogna dire che la vista aperta e la sicurezza offerta dalla cittadella rappresentavano dei veri e propri vantaggi militari. Tanto più che, ancora oggi, si può scorgere un’altra sentinella di pietra costruita sulla collina di fronte. Quadrata, tozza, quasi identica nell’aspetto: la Torre di Mont’Albano. È in un certo senso la controparte di Serravalle, poiché costruita dalla stessa dinastia, gli Amondaschi, e progettata per bloccare l’accesso alla Giovellina dall’altro versante.
Verso la fine del Medioevo, le due torri erano sicuramente in contatto visivo (un segnale, un fuoco…) e le informazioni circolavano da una roccia all’altra, senza che nessun messaggero dovesse attraversare la valle. Anche la torre di Mont’Albano, anch’essa parzialmente distrutta, è stata ristrutturata dal Comune nel 2011. Quel giorno non sono riuscito ad andarci, preferendo approfittare del pomeriggio per fare un tuffo nel Tavignanu. Ma ricordati di aggiungerla al tuo itinerario escursionistico se il tempo è più clemente.

Come si arriva al Castello di Serravalle?
Il Castello di Serravalle si vede già da lontano, ben prima di arrivare: dalla RN 193, all’altezza di Taverna, venendo da Corte verso Ponte-Leccia, spicca già in cima alla sua collina.
Ci sono due percorsi per arrivarci. Il primo parte da Prato-di-Giovellina, vicino al ponte sulla D18: si risale un thalweg fino alla Bocca di Foatellu (467 m), poi si attraversa il versante fino al castello (circa 30 minuti), con un dislivello di 120 m. Il secondo parte da Piedigriggio: 2,2 km sulla D18, un tratto vicino a una fornace di calce, poi un sentiero segnalato che porta direttamente al sito, sempre in 30 minuti.