La folla si accalca per le strade di Sartène, in questo primo pomeriggio del Venerdì Santo. Migliaia di persone sono accorse dai dintorni, da ogni angolo dell’isola, a volte dal continente e da altrove, per non perdersi nulla dell’evento religioso dell’anno. Ci si spintona per riuscire a vedere la scalinata della chiesa in piazza Porta, o uno dei punti di passaggio dell’uomo in rosso e della sua mitica processione. Tutta la città freme di impazienza ed emozione.
Vedi il Catenacciu? Quando uscirà, trascinando la sua pesante croce sul selciato, con le catene che gli stringono le caviglie e tintinnano, per ripercorrere il cammino di Gesù fino al Golgota? Ma soprattutto: chi si nasconde sotto il passamontagna rosso e perché si infligge una simile rappresentazione della Passione di Cristo?
Le processioni sono da secoli una delle tante espressioni della cultura corsa. Meno devote di un tempo, spesso organizzate dalle associazioni, scandiscono il calendario locale di parrocchia in parrocchia e suscitano ancora tante emozioni: momenti di comunione e contemplazione per gli isolani, suggestivi eventi folcloristici per gli stranieri, questi cortei di penitenti, per la maggior parte, non hanno l’aura del Catenacciu, “l’incatenato”, icona della “più corsa delle città corse” tanto cara a Prosper Mérimée.
Bisogna aver assistito alla sua Via Crucis e conoscere la sua storia così particolare per capire il fervore che suscita. Perché il Catenacciu incarna da secoli il simbolo di una redenzione anonima. Solo il prete conosce la sua vera identità; chi si è offerto volontario l’ha fatto per espiare i propri peccati, di solito gravi – tradizionalmente un delitto di sangue.
Due giorni prima del Venerdì Santo, lo sconosciuto si presenta al convento di San Cosimo e Damiano a Sarten, dove lo attende una cella spoglia di ogni distrazione, tranne una Bibbia. Il penitente si concentra su se stesso, alla ricerca della pace interiore. Perché il giorno della processione gli serviranno umiltà e coraggio.
Alla fine l’uomo viene condotto in gran segreto fino alla chiesa di Santa Maria Assunta, per un’ultima attesa fino al tramonto. Le campane suonano alle 21. Fuori, più di 3.000 persone aspettano il Catenacciu, ovunque, dai ciottoli ai tetti, «sporgendosi dalle finestre, ammassati sulle scalinate e sui balconi». Si allontanano i più curiosi che magari vorrebbero toccarlo.


Ed eccolo che si fa strada tra la folla con il suo corteo di penitenti, a cominciare dall’imponente Simone di Cirene, con il cappuccio bianco, e otto penitenti in nero che portano il Cristo d’avorio, a loro volta accompagnati dalla confraternita. La giornalista Dorothy Carrington, che ha vissuto quella scena negli anni ’70, credeva di vedere lì «la terribile squadra d’arozza, la compagnia degli spiriti dei morti». L’immagine colpisce a fondo, fa venire le lacrime anche ai meno credenti: il Catenacciu, vestito di rosso scarlatto, sostiene la sua croce di legno di quasi 40 chili sforzandosi di avanzare, come può, a piedi nudi e con i piedi incatenati da una catena di 17 chili.
E lo sconosciuto barcolla per le strade della città corsa. “La folla, eccitata dalla curiosità, ha occhi solo per lui. Vorrebbe scoprire chi sia. Ma non ci riesce mai. Il Catenacciu non tradisce mai il suo segreto, né con una parola né con un gesto», racconta Lucia Molinelli-Cancellieri. Si cerca di decifrare il suo sguardo. Invano. Cade, tre volte, come Gesù sulla via della crocifissione. A ogni caduta, la confraternita, il prete e i fedeli intonano preghiere e canti di perdono. Torna una calma relativa, tra momenti di trambusto e rumore.
La rappresentazione del calvario finisce quando il penitente in rosso torna ai piedi dell’altare, con l’enorme croce posata devotamente al suo fianco. Lo sconosciuto incappucciato si inginocchia per pregare. E mentre la folla si raccoglie in preghiera, dentro la chiesa e per le strade di Sartène, il prete, l’unico a sapere chi sia davvero il Catenacciu, accompagna il suo penitente nel segreto del convento. Lì, l’uomo si libera delle vesti porpora – che l’anno successivo copriranno un altro Catenacciu – e svanisce nella notte. Anonimo, ma purificato dai suoi peccati.
Quanti uomini hanno già indossato la tunica, il cappuccio e i guanti del penitente rosso, e per quali motivi? Si dice che il Catenacciu affondi le sue origini nel Medioevo: una confraternita di flagellanti avrebbe introdotto questo rito in Corsica, prima che venisse adottato nella sua attuale forma teatrale nel corso del XVI secolo a Sartène, sotto l’influenza dell’evangelizzazione francescana. Il che ci porterebbe – secondo un calcolo approssimativo – a oltre 500 penitenti rossi dalla sua consacrazione nella liturgia locale!
Più di 500 uomini, ladri, banditi, assassini, criminali comuni, venuti a cercare in questo calvario la salvezza delle loro anime. Lucia Molinelli-Cancellieri sostiene inoltre di sapere che il famoso bandito Spada, un vero fanatico, «una sera del Venerdì Santo indossò l’abito rosso per espiare le sue colpe»; ma anche «che la voce della sua terrificante presenza giunse fino alla gendarmeria», la quale non osò interrompere la processione per rispetto delle usanze locali. Forse era il 1929, o il 1930.
L’autrice della biografia di André Spada aggiunge che un altro criminale, il famoso Bornea, “a sua volta, dopo aver ucciso a sangue freddo e senza alcun motivo, se non quello di dimostrare di essere capace del peggio, il povero Bucchini sulla strada per Ciamanacce, avrebbe chiesto l’onore di diventare il Catenacciu». Voci non verificabili.
Sotto il cappuccio rosso, tutti gli uomini, a prescindere dalla loro condizione o dal loro percorso di vita, sono inevitabilmente uguali. E la lista dei candidati non potrà che allungarsi: oggi sono una sessantina a sperare di ricevere la chiamata dal parroco di Santa Maria Assunta, l’unico autorizzato a tenere un registro e a designare il prossimo Catenacciu…